From 13 May to 26 November, the Fondazione Merz and MUVE, Fondazione Musei Civici di Venezia, present the Velme exhibition, a site-specific project by Marzia Migliora. The works are on display in some of the rooms of the Museo del Settecento Veneziano in the historic Palazzo Ca’ Rezzonico. The project is characterised by forms of expression that are recurrent in the artist’s production: the desire to show that which is hidden and to bring out that which is submerged, the relationship with space and the history of places. Marzia Migliora aims to bring out the contradictions and repeated exploitation – of natural resources, of human resources and labour, typical of the history of mankind – through the clues emerging from the history of the lagoon city and from the works conserved in Ca’ Rezzonico, establishing a dialogue and contrasting them with those made by herself. The artist accomplishes this here by extrapolating some elements from the collection, bringing them to life and showing them in a new light, shifting the point of view of the visitor, and by doing so returning them to us and to our times. The title of the exhibition aptly summarises the considerations that underpin the project. The word velma is the Venetian term for a shoal, indicating a shallow area in the lagoon that emerges during low tides. These shoals, just like the entire ecosystem of the Venetian lagoon, are at great risk because of the morphological degradation and erosion of the seabed, caused by a lack of awareness and the continued violations perpetrated by man. The velma, the “meeting point” in the relationship between water and land, the symbol of something underwater that never stops emerging, thus becomes “an urgency of the present” and a bridge that connects us with the past. The project comprises five installations carefully chosen by the artist and located in different rooms of the Palazzo. In the portego de mezo – the typical feature of Venetian palaces that links the water gate to the door on the street – hosts a work called La fabbrica illuminata (literally the illuminated factory): 5 goldsmiths’ workbenches illuminated by a row of neon lights and in which, on each upper shelf, a block of rock salt has been placed. The installation and elements that go to make it up – salt, which was so vital in the trading history of Venice, also known as “white gold”, and the goldsmiths’ workbenches – refer to the exploitation of natural resources and labour needed to transform these into commercial goods and profit. Pietro Longhi’s famous work. Il Rinoceronte (The Rhinoceros) becomes a quotation and revelation for the Taci, anzi parla. (Be silent, no, speak) installation. The lady with the white robe depicted in the background of Longhi’s painting wears a mask that at the time was exclusively for female use, called a Moréta: a black oval with two holes for the eyes. Women could fix the mask to the face just by clutching a gag bit between their teeth, which, of course, obliged them to silence. The artist extrapolates the mask from the painting and places it at the centre of the boudoir, so that it is revealed to the public and can be seen in all its entirety, including the back. The quis contra nos. (Who against us) installation bases itself on the crest of the Rezzonico family, present in different rooms of the building, and which in golden letters comprises the words Si Deus pro nobis. Over the course of history, these words have been used on many occasions and manipulated to justify criminal acts, wars and mass murders by great dictators and men of power. The phrase is taken from St. Paul (Romans, 8, 31) and in its original form reads: si Deus pro nobis, quis contra nos. (If God be for us, who can be against us?). The omitted part of the motto is revealed by the action of Marzia Migliora, appearing on some mirrors in the palace collection. The sculptural corpus of Ethiopians vase-holders by Andrea Brustolon and the fresco by Giovanni Domenico Tiepolo entitled Mondo Novo provide the basis for the eponymous installation by Marzia Migliora, located on the first floor. The artist moves the statues of the Ethiopians forward and rotates them by 180 ° from their current position in the collection, marking this small displacement with the sort of metric rod used for the documentary photography of archaeological finds. Thanks to this move, the Ethiopians metaphorically take a step forward, marking a change in the direction of the “Mondo Novo” (“New world”): from enchained slaves and objects to human presences. The installation located in the Longhi Room entitled Remains, consisting in a cast of a rhinoceros horn contained in a casket, again relates to Longhi’s The Rhinoceros. The scene depicted in the painting – an animal become helpless prey, a sort of circus attraction, with the cut horn exhibited by a man like a trophy – is extremely topical: rhinos are increasingly threatened by poaching and illegal hunting because of their horns, today worth more than their weight in gold on the black market.

***

Dal 13 maggio al 26 novembre la Fondazione Merz e MUVE, Fondazione Musei Civici di Venezia, presentano la mostra Velme, un progetto site specific di Marzia Migliora. Le opere sono allestite in alcune delle sale del Museo del Settecento Veneziano con sede nello storico Palazzo Ca’ Rezzonico. Il progetto è connotato da modalità espressive ricorrenti nella produzione dell’artista: la volontà di mostrare ciò che è nascosto e far riaffiorare ciò che è sommerso, la relazione con lo spazio e la storia dei luoghi. Marzia Migliora intende fare emergere le contraddizioni e i ripetuti sfruttamenti – delle risorse naturali, di quelle umane e del lavoro, propri della storia dell’umanità – attraverso le suggestioni che giungono dalla storia della città lagunare e dalle opere custodite a Ca’ Rezzonico, mettendole in dialogo e in contrasto con quelle da lei realizzate. L’artista compie questa operazione estrapolando dalla collezione alcuni elementi, vivificandoli e mettendoli sotto una luce nuova, spostando il punto di vista del visitatore e così facendo restituendoli a noi e al nostro tempo. Il titolo della mostra sintetizza molto bene le riflessioni che sono alla base del progetto. Il termine velma indica una porzione di fondale lagunare poco profondo, che emerge in occasione delle basse maree. Le velme, così come l’intero ecosistema lagunare veneziano, sono fortemente a rischio a causa del degrado morfologico dell’area e dell’erosione dei fondali marini, determinati dalla scarsa consapevolezza e dalle continue violazioni perpetrate dall’uomo. La velma, “luogo” di relazione tra acqua e terra, simbolo di qualcosa di sommerso che non deve smettere di emergere, diventa quindi “un’urgenza del presente” e un ponte che ci collega con il passato. Il progetto comprende 5 installazioni collocate in differenti ambienti del Palazzo e scelti accuratamente dall’artista. Nel portego de mezo – luogo caratteristico dei palazzi veneziani che coniuga la porta d’acqua con quella di terra – è sita l’opera La fabbrica illuminata: 5 banchi da orafo, illuminati da una fila di neon e sui quali, per ciascun ripiano superiore, è posto un blocco di salgemma. L’installazione e gli elementi che la compongono – il sale, così fondamentale nella storia commerciale di Venezia, denominato anche “oro bianco” e i banchi da orafo – ci rimandano allo sfruttamento delle risorse naturali e della forza lavoro necessaria alla trasformazione delle stesse in merce e in guadagno. L’opera di Pietro Longhi Il Rinoceronte diventa citazione e rivelazione per l’installazione Taci, anzi parla. La dama dalla veste bianca, rappresentata sullo sfondo del dipinto del Longhi, indossa una maschera dell’epoca, a uso unicamente femminile, detta Moréta: un ovale nero con due buchi in corrispondenza degli occhi. Le donne potevano fermarla sul viso soltanto stringendo tra i denti una mordacchia, rimanendo costrette, in questo modo, a tacere. L’artista estrapola dal dipinto la maschera e la colloca al centro del boudoir, in modo che sia rivelata al pubblico e che possa essere vista in tutta la sua interezza, compreso il retro. L’installazione quis contra nos. prende avvio dallo stemma della famiglia Rezzonico, presente in diversi ambienti del palazzo e che riporta la scritta in lettere dorate Si Deus pro nobis. Nel corso della storia queste parole sono state utilizzate in molte occasioni e strumentalizzate per giustificare  atti criminali, guerre e stermini di massa da grandi dittatori e uomini di potere. La frase è tratta da san Paolo (Lettera ai Romani, 8, 31) e nella sua forma originale recita: Si Deus pro nobis, quis contra nos. (Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?). La parte omessa del motto è rivelata dall’azione di Marzia Migliora per andare a collocarsi su alcuni specchi della collezione del palazzo nelle sale degli Arazzi, del Tiepolo e Lazzarini. Dal corpus scultoreo degli Etiopi portavaso di Andrea Brustolon e dall’affresco di Giandomenico Tiepolo Mondo Novo nasce l’omonima installazione di Marzia Migliora situata nel salone al primo piano. L’artista muove le statue in avanti e li ruota di 180° rispetto all’attuale posizione nella collezione, segnando questo minimo spostamento con un’asta metrica in uso per la fotografia documentaria dei reperti archeologici. Grazie a questo avanzamento gli Etiopi portavaso praticano metaforicamente un passo in avanti, compiendo un cambiamento in direzione del “Mondo novo”: da schiavi e oggetti incatenati a presenze umane. L’installazione collocata nella Sala del Longhi dal titolo Remains, costituita dal rifacimento di un corno di rinoceronte, si relaziona nuovamente con l’opera del Longhi Il rinoceronte. La scena rappresentata nel dipinto – un animale divenuto preda inerme, una sorta di attrazione da circo, il cui corno tagliato viene esibito da un uomo come trofeo – è di estrema attualità: i rinoceronti sono sempre più minacciati dal bracconaggio e dalla caccia di frodo a causa del loro corno, valutato oggi sul mercato nero più dell’oro. In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo edito da Fondazione Merz, con testi di Beatrice Merz e Alberto Salza.